lunedì, 14 gennaio 2008
Fiamma
- Se cadi in acqua con il pensiero di aver sbagliato fallirai, se non cadi e pensi di aver vinto fallirai, se ricerchi un equilibrio, di qualunque tipo esso sia, fallirai. In effetti, sia che tu rimanga in bilico sul bordo, sia che metta un timido piedino in acqua fallirai sempre- ho alzato le spalle con noncuranza
- Probabilmente fallirò anche io, buttandomi come una pazza pronta alla ventura. Ma sta proprio qui la parte divertente, quella per cui vale la pena insomma: anche se tu ed io falliamo, anche se il mondo intero fallisce, nessuno ci squalificherà mai dal gioco e saremo sempre in tempo per fallire un'altra volta-
Bianca mi guardava di sottecchi, forse atterrita e affascinata insieme. Quest'idea dell'errore le faceva paura, temevo che non avesse capito, ho temuto che pensasse parlassi per metafore, per stupide immagini senza senso, inutili.
- Mi fa ridere questo aspetto della cosa, mi riempie di felicità, mi dà forza e...ed è una sfida. Perchè prima o poi qualcuno dovrà vincere perdendo e quel qualcuno voglio essere io-
- Quindi anche tu vuoi vincere- ha detto Bianca, più a se stessa che a me
- Chi non lo vuole?-
- Già...chi?-
- Le macchine per esempio!- ho esclamato soddisfatta per aver trovato un esempio
- Come prego?-
- Le macchine artificiali non sono dotate di istinto di sopravvivenza e quindi non desiderano vincere, ciononostante esistono alcuni esseri umani che in momenti di grande confusione e verwirrung interiore desiderano essere macchine per non desiderare la caduta- le ho risposto
- Mh- Bianca ha emesso un verso e ha buttao giù gli ultimi sorsi di tè al ginseng
- Allora andiamo. Ho bisogno di nicotina- ho detto tirando fuori i soldi e progendoli al vecchietto bionico del bar
- Cosa ne dici dell'Avventura, quella con la A maiuscola? Ci sono ancora un sacco di mulini a vento là fuori!- urlavo uscendo dal locale, ma buttando un occhio a Bianca che mi seguiva mi sono accorta dell'inarcamento particolare delle sue sopracciglia.
- Ok. Forse è ancora un po' presto...va bene-
Forse tutto stava andando bene.
domenica, 13 gennaio 2008
Bianca
"...e a dire la verità tuttora non riesco a capire come mai tutto questo sia successo, come io abbia potuto permettere che succedesse. Non credo me lo perdonerò mai, insomma, anche e soprattutto perchè sono recidiva, perchè mi trovo tutte le volte a pentirmi e a dirmi che la prossima volta non lo farò più ma la volta dopo tutto quello che so sembra scomparire e finisco come al solito impotente a guardarmi intorno e sentire fortissimo soltanto il rimorso, a ripetermi nella testa le situazioni che ho vissuto inventandomi mille epiloghi differenti e a scegliere delle risposte migliori che avrei potuto dare rispetto a quelle che ho dato veramente, non so se ti è mai successo ma è così assurdo come quando dici una frase e mentre la stai dicendo ti viene in mente che potevi dirne una migliore allora cerchi di cambiare sintassi a metà per uniformarla a quella che hai in testa ma il risultato in realtà è soltanto un paciocco ibrido tra le due, peggiore di entrambe. Mi ricordo che al liceo una mia compagna in un tema aveva scritto 'bisogna immergere l'anima in certe cose' ma io non ne sono mica così sicura, non credo di avere la voglia, la forza, di farlo... Credo che in realtà stia lì il vero coraggio, a metà tra la scriteriatezza e la sopportazione del dolore. Io non credo di potercela fare. Ho saggiato per tanto tempo la temperatura dell'acqua con le dita prima di osare anche solo pucciare un piede nella faccenda e quando mi sono azzardata ad entrarci fino alla cintola, beh, ecco com'è finita. Che l'acqua è diventata di colpo gelata. Allora mi chiedo perchè si debba fare, perchè si deve immergere l'anima nelle cose, perchè bisogna essere testardi e provarci tutte le volte, è tanto più facile evitare e semplicemente a...'certe cose' non pensarci. Di certe cose si può fare a meno se assomigliano a una vasca da bagno gelata, no? Che senso ha stare ad arrovellarsi e a soffrire? Perchè poi alla fine uno lo sa quando va a cacciarsi in certe cose che soffrirà perchè è sempre così, in un modo o nell'altro c'è sempre qualcosa che ti fa star male, quando sei così felice che ti si stringe il petto a pensare di stare senza di lui o peggio a immaginare quando forse non starete più insieme e quando sei gelosa e quando ti tradisce e quando non ci si capisce quando si litiga quando non ci si parla quando ci si lascia, è tutto sempre una felicità incompleta, sempre, perciò se davvero io volessi evitare tutto questo forse non mi innamorerei più e basta, no? Sarebbe tanto bello poter vivere soltanto di se stessi. Completi e... in equilibrio. Solo che come si fa? Io ti giuro che ci ho provato, e che ci proverò, ma tutte le volte vado a incappare in qualche dannato ostacolo e tutte le volte mi arrendo e non resisto - ma la prossima volta resisterò, eccome se resisterò, perchè non mi faccio più fregare, non come stavolta - eppure...Come si fa a non innamorarsi? Bisogna essere vigliacchi ma estremamente forti. Bisogna sapersi controllare senza cedere alla tentazione della felicità incompleta. ecco cosa devo fare. sapermi controllare. solo questo. non è molto difficile alla fine, no? Io credo di potercela fare. Anzi, non è questione di potercela fare. io devo, potercela fare. Non immergerò mai più l'anima nell'acqua ghiacciata. Mai più."
continuavo a tenere lo sguardo abbassato, fisso sul centro del vortice creato dal mio girare freneticamente il tè.
"Mai, mai, mai, mai più."
Poi ho alzato lo sguardo ed ho guardato Fiamma e anche lei mi stava guardando. Mi guardava e sapevo che voleva dire qualcosa ma che non la diceva perchè ci voleva ancora un po' di silenzio dopo tutta quella cascata di parole. Mi guardava come mi guarda mia madre quando per l'ennesima volta vado a chiederle di attaccarmi un bottone anche se mi ha già insegnato come farlo. Un po' seccata dal dovermi reinsegnare di nuovo tutto ma anche orgogliosa del fatto che io abbia bisogno di lei e che la vada a cercare per chiederle aiuto. Amorevolmente agrodolce, poi, ha sospirato, e ha pronunciato la frase che ricorderò come la più incisiva e dolorosa mi sia mai stata detta.
mercoledì, 12 dicembre 2007
Fiamma
Ho pensato che parlare di nonna Gera sarebbe stato meglio di citare in causa nonna Dina. Nonna Gera, con il suo quieto e sano vivere, equilibrata e savia, anche se mai appiattita dal "vivere comune". Nonna Gera era una donna intelligente, che conosceva un sacco di cose, tra cui le proprietà curative dei biscotti lidl inzuppati nel tè.
Ho pensato che, sì, nonna Dina non sarebbe stato il modello da tirare in ballo in quel momento, un po' perchè le cose strane non rassicurano, un po' perchè non avrebbero rassicurato di sicuro lei.
Nonna Dina era la madre di mia madre e aveva riposto grandi speranze in me, poichè ero la nipote più piccola, ma soprattutto l'unica femmina e si sa che per via materna vengono passati segreti potenti.
Nonna Dina sapeva, per esempio, che alla sua morte io avrei ereditato le sue qualità, dato che sua figlia Mite, per quanto brillante, non mostrava alcun segno di possedere l'Arte. Ebbene sì, mia nonna Dina aveva una serie di convinzioni che potrebbero apparire strampalate, ma che lei fondava con irremovibili argomentazioni filosofiche. Mia nonna Dina non solo era convinta che esistesse la magia, ma era anche sicura di possedere una qualche capacità magica e trovava ovunque prove di questo fatto (e si stupiva di come nessuno di rendesse conto dell'ovietà della cosa). Si era iscritta a Filosofia a quarant'anni solo per poter dimostrare a mio nonno, razionalista e illuminista incallito, che si sbagliava.
Pensavo a tutto questo mentre conducevo la ragazza del Simposio fino alle Mille Cioccolate, camminavo con passo svelto, sicura che mi avrebbe seguita. In effetti non so perchè ne fossi così sicura, ma mi era parso che quella fosse il tipo di ragazza che trova una ragione in ogni cosa e se era scoppiata piangere c'era una ragione, se mi stava seguendo c'era una ragione, doveva trovarla lei la ragione per essere convinta di quelo che stava facendo e non se ne sarebbe andata e basta senza darmi una ragione del suo abbandono.
Ci siamo sedute all'ultimo tavolo prima della porta di servizio (quella che porta al cesso sul retro), e, come ogni volta, da decisa com'ero a prendere un tè al ginseng sono finita con una tazza fumante di cioccolata al peperoncino davanti a me. Lei ha preso il tè al ginseng. Lei, oh si, a proposito
- Come ti chiami?-
- Uh? Bianca, Bianca Delfi-
- Io sono Fiamma-
- Che nome strano- ha detto lei, girando il cucchiaino nel liquido bollento tre volte a destra e tre volte a sinistra, ritmicamente, ma soprappensiero
- Tu dici? In realtà all'anagrafe sono Fiammetta, ma è colpa di mio fratello Libero-
- Come?-
- Aveva appena imparato i vezzeggiativi a scuola, non vedeva l'ora di usarli, purtroppo-
Bianca mi guarda e forse si sta chiedendo per l'ennesima volta perchè si trova qui con me, con un'estranea, a bere un tè al ginseng.
- Non lo so sai-
- Cosa?- mi chiede
- Perchè sei qua. Mi hai seguita. Forse volevi dirmi qualcosa. Credo che stessimo parlando del libro che hai comprato l'altro giorno, mi stavi dicendo che era andata benissimo e poi sei scoppiata in lacrime. A me va benissimo sai, voglio dire, mi capita spesso di avere dei "sovraccarichi nervosi", è così che li chiamo io, semplicemente ho troppa roba dentro-
- Non avevo nulla da dirti-
- Allora perchè sei qui? A me non importa, bada, il motivo, ma mi sembra che per te sia importante-
- Non c'è un motivo-
- Allora mi sono sbagliata, non c'è problema, mi capita di continuo-
- Non gliel'ho mai dato-
- L'aveva già letto?-
- Decisamente no-
- Tu l'hai già letto?-
- No-
- Una buona occasione per farlo, no?- mi è sembrato di scorgere il riflesso di un sorriso nel ginseng, possibile?
Bianca ha cominciato a parlare e non ha smesso per tre tè al ginseng.
lunedì, 10 dicembre 2007
Ho sempre creduto che tutte quelle storie a proposito del riuscire a parlare meglio con uno sconosciuto fossero una stupidaggine, che fossero espedienti da film, per tappare i buchi di una sceneggiatura scadente. Ho sempre abilmente rifuggito gli incontri in aereo guardando fuori dal finestrino, in pullman scelgo sempre i posti singoli, quelli uno dietro l'altro, per evitare di sedermi affianco a qualche petulante e logorroica vecchietta, o qualche orrendo tamarro iperprofumato ed iperormonato.
Per questo quando ho visto quella ragazza, la commessa della fnac, in via Roma, non mi sarei mai aspettata che avrebbe potuto succedere qualcosa del genere.
Non potevo immaginare di scoppiare a piangere, così, dal nulla. In mezzo alla gente che passava davanti e dietro e di fianco, tutto intorno a me. In mezzo ai loro occhi stupiti - perchè non si sa perchè ma quando qualcuno piange in pubblico, catalizza sempre l'attezione. La riprovazione o la pietà. Sembra quasi che sia un peccato capitale da consumare in solitudine, senza abbassarsi a mostrarlo anche agli altri. Agli altri, non bisogna mai mostrare il lato debole di sè - ho sentito le spalle abbassarsi e le gambe perdere la forza e lasciando cadere le braccia ho pianto. Ho pianto con gli occhi spalancati e le gocce grosse che mi si infilavano nel colletto della maglietta, immobile, senza battere ciglio nè emettere il minimo rumore. Semplicemente a un certo punto ho sentito che il vaso si è rovesciato, si è rotto, e tutto è sfuggito fuori come se una Pandora disattenta lo avesse scoperchiato.
A dire la verità non ho idea di quello che possa aver pensato, lei, in quel momento. Però so che mi ha guardato per tre o quattro minuti piangere in silenzio, stando in silenzio anche lei. Non era spaventata, nè spiazzata, nè niente. Non era riprovazione quella con cui mi guardava, nè pietà. Era qualcosa di...diverso, che non sono riuscita a capire. Credo fosse...delicatezza. Non mi ha toccata, non mi ha abbracciata nè niente, nè accarezzato la testa, preso la mano, niente di tutto questo. Mi ha guardata e mentre mi guardava mi sembrava semplicemente che tutto fosse giusto così. Che tutto fosse doloroso, dolorosissimo, ma che fosse giusto così. Ha assistito, mi ha assistita. Era giusto così.
"Ti va un tè caldo?" ha detto a un tratto, e la sua voce, partendo da un tono incredibilmente baritonale e caldo si è alzata ad una tonalità normale, mentre mi guardava fisso negli occhi sistemandosi la grossa borsa amaranto sulla spalla.
Io sono rimasta con le ciglia bagnaticcie e le labbra mezze aperte a respirare al posto del naso completamente tappato a guardarla imbambolata
"Dico sul serio, offro io."
Ho annuito, e basta. In genere evito volentieri situazioni di imbarazzo come parlare con sconosciuti, l'ho detto, mi pare una stupidaggine. Eppure ho accettato e l'ho seguita.
"Vieni, dai, ti porto in un posto tranquillo."
Ha iniziato a camminare, girandosi soltanto una volta all'inizio per controllare se la stessi seguendo, e poi siamo avanzate parallelamente fino ad arrivare in piazza Carlo Alberto.
"Siamo quasi arrivate, eh. Immagino che forse un tè caldo non sia l'idea più geniale del secolo ora come ora dato che oggi fa un caldo boia, -lo diceva sempre mia nonna che non ci sono più le mezze stagioni, santa donna, lei nei luoghi comuni c'ha sempre sguazzato, ma era tanto buona, proprio una di quelle nonne che le vedi e pensi che potrebbe solo esser stata una nonna nella vita - ma comunque, aveva ragione la nonna se pensi che è già ottobre eppure fa così caldo, ed è pure quasi sera. Comunque sempre lei, mia nonna dico, quella di prima, quando ero triste mi faceva un tè caldo e mi dava i biscotti economici della lidl, e quella cosa non so come mai riusciva sempre a tirarmi su. Perciò magari potrà essere utile anche a te. Magari no. Però io credo di sì. Mia nonna raramente si sbagliava."
Ed ha aperto la porta di un bar dalle luci violetto/verdine, fuori dal quale troneggiava un enorme cartellone con scritti decine e decine di tipi di cioccolate.
"Fidati. Qui dentro ho visto succedere miracoli: rappacificarsi amici, innamorarsi fidanzati storici. Funzionerà anche con te. E poi ha anche il cesso sul retro."
giovedì, 06 dicembre 2007
Fiamma
Alle volte capita anche a me di pensare all'Amore. Insomma, non mi sembra il caso di stare a discutere su cosa voglia dire questa parola o riempiremmo pagine e pagine (come in effetti è già stato fatto da quasi tutti nella storia) e parleremmo per ore e ore (e anche questo è stato provato) senza giungere a una definizione.
Ebbene, devo dire che mi piace pensare all'Amore. Mi piace soprattutto ritrovarlo da qualche parte. Spero non lo interpretiate come un semplice atto di buonismo, perchè è tutt'altro.
Non mi riferisco ai coniglietti rosa o all'adorabile amore filiale o al tepore degli innamorati, o meglio, sì, mi riferisco a tutte queste cose, ma non pensiate alle loro immagini comuni.
L'Amore è sorpresa, è inaspettato e sorprendente. Se vedessi due coniglietti rosa che per ricongiungersi sgozzano il capo di una banda di ladroni allora sì che penserei questo è Amore. Certo, la madre che cede il midollo alla figlia o la figlia che cede il fegato alla madre in fin di vita fa venire i lacrimoni, ma questa è retorica. L'Amore ha una sua diginità. Non può essere sputtanato così in due parole, non può essere propinato come placebo per ogni sorta di male, non può essere compresso, sminuzzato, triturato e infilato in un pacchetto regalo.
Pensavo appunto a questo anche oggi mentre mi dirigevo in Facoltà. Ero uscita dal lavoro in effetti e andavo in Facoltà per sbrigare alcune faccende di carattere totalmente burocratico e già mi annoiavo all'idea di un noiosissimo studente impiegato allo sportello che di sicuro mi avrebbe fatta aspettare anni.
Ma mi ero allontanata dal commesso letargico, attirata dalla visione di una chioma bionda e distinta dalla massa all'uscita dalla FNAC, e avevo ripreso saldamente in mano le redini del discorso sull'Amore (che inizialmente non volevo toccare), spinta dal ricordo di...uh! non sapevo neanche il suo nome.
Chissà se poi gli era piaciuto il libro? A Lui intendo. Anche se, riflettendoci (e intanto continuavo a tentare di uscire fuori da quella gabbia di matti) mi pareva improbabile. A pelle mi sapeva di uno che avrebbe preferito una Fred Perry.
- Cosa ci fai qua?- le ho chiesto
- Niente- mi ha risposto
- Nessuno viene in questo posto per niente! Senti, come è andato il regalo e il mesiversario?-
Lei ha sospirato come per darsi un contegno
- Bene, grazie- ha detto.
E poi è scoppiata a piangere.
lunedì, 26 novembre 2007
Bianca
Ho appoggiato la nuca al bordo della vasca, rovesciando il capo all''indietro e lasciando fluttuare i capelli intorno al mio mento semi immerso. Ho lasciato andare i muscoli delle gambe e sono affondata nell'acqua ormai fredda, limpida, impunemente trasparente a mostrare il mio corpo nudo. La mia pelle bianca ormai rugosa, i seni piccoli e le imbarazzanti cosce, prepotenti della loro morbidezza, scoperte, manifeste.
-
Ieri pomeriggio, quando sono uscita - finalmente - dalla fnac, mi sono trovata in mezzo ad un'enorme parata compresa di banda, tamburi, tromboni, ragazze pon pon e tutto il resto. C'era un frastuono assordante, sciami di bambini scorrazzavano sotto i portici, esaltati. Non ho resistito e sono fuggita a casa per via Verdi cercando il silenzio. Niente Jack Plaza dunque: niente polo Fred Perry.
Beh in sostanza sono tornata a casa e dopo una cena a base di merluzzo con pomodorini freschi e Colazione da Tiffany guardato seduta sul divano me ne sono andata a dormire. Non prima di aver prodotto un biglettino da accompagnare al mio - perplimente - regalo.
"Per Giorgio: perchè in questi sei mesi hai saputo insegnarmi che cos'è, davvero, l'amore"
Stamattina mi sono svegliata con quella strana ansia che si ha al primo appuntamento. La percezione che il tempo passi insieme veloce e lento che tutto questo non faccia altro che alimentare lo strizzastomaco che ti fa agire nervosamente, a scatti, euforica e preoccupata. Ho scelto accuratamente la mise adatta ed ho optato per un maglioncino blu sopra ad una canotta azzurra e i miei jeans preferiti. Quando sono un po' agitata non c'è nulla che mi tranquillizzi come i miei jeans preferiti. Non credo mi portino fortuna, è... diverso. Con loro addosso sento di essere una persona migliore. Più sicura.
Avevamo appuntamento alle 16,00 in Gran Madre, come al solito. Ed io, come al solito, sono arrivata perfettamente puntuale. Detesto arrivare in ritardo, perchè non mi piace essere osservata mentre raggiungo le altre persone. Ma detesto arrivare troppo in anticipo perchè non sopporto di essere tacciata come una nullafacente dai passanti. Non mi piace essere osservata mentre aspetto.
Giorgio è arrivato alle 16,04. Mi ha dato un rapido bacio sulle labbra e poi si è messo le mani in tasca. Di lì siamo andati a casa sua. Abita in via Bezzecca: non ho mai capito perchè i nostri appuntamenti non sono mai stati direttamente lì. Forse neanche lui ama essere preso alla sprovvista. Come me.
Io detesto essere presa alla sprovvista.
Quando gli ho sporto il regalo, mi ha guardata un po' stupito
"Io...veramente...credo di non averti preso nulla, sai...."
"Non importa, davvero. Ero io che ci tenevo"
Ha letto il biglietto senza dire nulla, ed ha scartato (in silenzio) il pacchetto meticolosamente, scollando lo scotch pezzetto per pezzetto senza rovinare la carta. Trovatosi davanti il libro, mi ha interpellato seccato
"Un libro? Per me?"
"Io ho pensato che... beh, è un libro che parla d'Amore e..."
"Senti forse a questo punto è meglio che ne parliamo"
"Parliamo di cosa"
"Di questa storia dell'amore"
"C'è qualcosa che non va?"
"No...cioè, insomma, non è che non va, è che non so se..." Pausa.
"Non sai cosa?" ho detto irrigidita
"Non so se, insomma, quelle cose sull'amore. Non so se è il caso. Io... non è che me la senta molto, vedi"
"Io...mi dispiace...non volevo"
"Ma di cosa ti dispiace? Non è colpa tua. Sono io il problema"
Al che ho iniziato ad intuire l'antifona.
"Il problema di cosa?"
"Senti Bianca...io... ecco noi siamo giovani, abbiamo 19 anni, io non so se me la sento di avere una relazione così...seria adesso."
"Abbiamo 19 anni, siamo abbastanza grandi da avere una relazione seria"
"Io...non lo so. Non credo. Non so se sono in grado. Forse è meglio se non ci vediamo per un po'."
L'ho fissato attonita, in piedi, con le braccia stese lungo il busto, gli occhi spalancati.
"Forse è meglio."
Ho raccolto sciarpa, borsa, giubbotto, e mi sono avviata verso la porta. Lui mi si è avvicinato
"Senti Bianca aspetta. Io...io ti voglio bene è che..."
"Ho capito."
"Forse questo è meglio se lo tieni tu."
E mi ha messo tra le mani Il Simposio di Platone.
Mi sono girata, ho aperto la porta, l'ho oltrepassata e l'ho chiusa dietro di me.
-
Ed eccoci qui. Mi trovo a mollo da circa un'ora e mezza e ancora non ho pianto, anche se sono circondata d'acqua. Buffo. Quando mi sono immersa era bollente ma ormai è gelata. Ma in un certo senso questo mi fa sentire a posto. Io devo, essere la donna di ghiaccio. Quella che non si fa scalfire da nulla, quella che col fuoco ha poco a che fare. Quella che con l'amore ha poco a che fare. Forse non avevo capito nulla, forse Giorgio non mi ha insegnato un bel nulla. Anzi di sicuro è così. Non mi ha insegnato nulla se non a esser sempre più convinta di dover restare qui, nel mio bagno ghiacciato, al riparo dall'esterno, coperta ed esposta della mia verminudità.
L'unica cosa che ho capito è che vorrei esistesse quell'amore cortese da medioevo, quello in cui io damigella schiacciata nel mio corpetto sarei stata corteggiata ed amata da un nobile cavaliere che non avrebbe neanche osato baciarmi la mano nel rispetto della mia virtù ed io arrossendo avrei tradito il massimo del sentimento che posso concedermi per non scigliermi del tutto e diventare anzichè la donna di ghiaccio un ridicolo pupazzo di neve a marzo, giallognolo e contorto.
Mi chiedo perchè non esista. Ma forse è meglio così. Forse è meglio rimanere qui, a mollo, nell'acqua, con questa specie di pugnale che mi squarcia il petto e tutto questo dolore concitato dentro che non trova forma, che si vergogna di se stesso ma brucia, brucia, brucia come il fuoco.
Abbandono il capo all'indietro ricordando quel passo di Ariosto
L'impetuosa doglia entro rimase
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggian restar l'acqua nel vase
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l'umor che ne vorria uscir, tanto s'affretta
e ne l'angusta via tanto s'intrica,
ch'a goccia a goccia esce fuori a fatica
Avrei dovuto comprargli la polo di Fred Perry.
giovedì, 01 novembre 2007
Fiamma
Oggi, verso l'una e mezza del pomeriggio, ho avvertito la necessità impellente di leggere "Le relazioni pericolose" sul terrazzo. Recuperato nelle case di libri ancora da spacchettare dopo tre anni dal trasloco il vecchio volume Garzanti rosso mattone mi resi conto di una cosa: io non ho un terrazzo! O meglio. In teoria potrei affacciarmi dalla porta finestra situata davanti al divano in soggiorno (che è anche la mia camera da letto) e ritrovarmi sul mio adorabile balconcino bohemienne, ma la Signora ha disposto diversamente.
La Signora è la mia affittuaria, ha più di cent'anni e abita all'ultimo piano di un vecchio palazzo nel Quadrilatero, tutti i giorni va a fare la spesa a Porta Palazzo e zompetta allegra per cinque piani fino al suo appartemento. Possiede alloggi in mezza Torino, compreso quello della sottoscritta.
Per me fu la Signora sin dal primo incontro, appena la vidi fu come se lo stesso Pratolini, rizzatosi in sulla sua arca vaticinasse "E' lei, Fiammetta, la Signora delle mie cronache". E come la Signora delle "Cronache di poveri amanti" (il libro che sconvolse la mia seconda media) la immagino cospirare e mormorare e abbracciare la città tutta dall'alto del suo trono per poi decidere che "E' ora di restaurare signorina Baccanti, se no mi si abbassa il valore dell'immobile sa?".
Così la Signora aveva assunto due o tre operai su consiglio di suo nipote (un quarantenne unitccio che mi fa ribrezzo) per l'ammodernamento del mio balconcino, ma questi appena la Signora ha lascato un po' la drizza non si sono più fatti vedere e così io mi ritrovo il balcone inagibile da due mesi.
Persino l'ipotesi di non appagare il mio desiderio di lettura en plein air mi sprofondava in uno stato di angoscia profonda: dovevo trovare una soluzione e mancava solo un'ora prima del mio turno di lavoro!
Mi sono sorpresa molto della reazione che ha avuto Paul quando è rientrato a casa nella pausa pranzo. Non pensavo davvero che l'avrebbe presa così.
Paul è il mio vicino di casa, anzi, per la precisione è il propietario del balconcino affianco al mio. È danese e ha la classica faccia da danese. Cioè. Non so con precisione quale sia in effetti "la faccia del danese" dato che è l'unico danese che conosco, comunque ha un viso lungo, latteo, spruzzato di lentiggini sul naso e le guance, i capelli rossicci (più arancioni che rossi per la verità). È alto almeno due metri e peserà settanta chili ed è in assoluto la persona più flemmatica che io conosca.
Probabilmente conosce più vocaboli italiani di me, ma limita le sue comunicazioni al minimo indispensabile.
L'espressione del suo viso quando, lasciate le chiavi sul tavolino in entrata, si volse e dare uno sguardo al soggiorno e notò una forma di vita non meglio identificata sul suo balcone, fu impagabile. Attraversò la stanza con passi calibrati, aprì la porta finestra e si piegò per mettere la testa fuori.
- Cosa ci fai sul mio balcone?-
- Bentornato a casa! È andata bene la mattinata?-
- Si, grazie. Ma perchè stai leggendo Choderlos de Lacloise sul mio balcone e soprattutto come ci sei arrivata?-
Tolsi i piedi dal parapetto e mi alzai, indicandogli il mio balcone inagibile
- Da lì-
- Vuoi dire che hai scavalcato dal tuo balcone per venire sul mio?-
- Si-
Per un attimo Paul perse qualche grammo della sua flemma abituale
- Non-farlo-mai-PIU'! Ma cosa ti è saltato in mente? Anzi! Dove ti è finito il tuo cervello?- (nella foga aveva persino dimenticato alcune regole grammaticali di base)
- Ah-ah...ripetizione! troppi aggettivi possessivi...-
- Fiamma! Esci immediatamente da casa mia! Perchè devo avere a che fare con una pazza italiana, o dei! Dei del cielo, cosa ho fatto per meritare questo?-
(dimenticavo...Paul è un sincero politeista)
Mi fa impressione quando la gente si stupisce oppure disapprova le mie azioni, infatti raramente mi è capitato che accadesse qualcosa du simile nella mia famiglia.
Ho passato i primi diciotto anni della mia vita ad assistere e a fare cose un po' eccentriche e non è mai capitato che mia madre dicesse "Cosimo, vieni a vedere cosa fa tua figlia" oppure che mio padre dicesse "E' colpa tua se è venuta sù spostata".
Nessuno si è mai stupito che lavorassi ai ferri nella vasca da bagno, mentre mi facevo il bagno (stavo producendo una sciarpa verde acido), o che periodicamente vendessi tutta la mia roba organizzando dei banchetti in strada per non affezionarmi troppo ai beni materiali.
Rimuginavo appunto su questo oggi pomeriggio, mentre mi dirigevo al lavoro.
Davanti all'entrata su via Roma ho notato un volto familiare (quella ragazza...Franca, Lancia? Bianca!), ma ho tirato dritto dato che oltretutto ero in ritardo.
Comunque dicevo che sì.
Nella mia famiglia è un dovere fare ciò che ci si sente di dover fare in un dato momento (nel rispetto di te stesso e degli altri, aggiungerebbe mia madre a questo punto).
martedì, 23 ottobre 2007
La giornata di oggi è cominciata male. Stamattina stavo facendo colazione quando mi si sono spezzate 3 fette biscottate consecutive tra le dita mentre cercavo di spalmarci la marmellata alle ciliegie. Se c'è una cosa che detesto è quando ti si spezzano tra le dita le fette biscottate. Insomma: il mondo è abbastanza oscuro e terribile alle 7,30 di mattina anche senza problemi del genere. Le fette biscottate rotte sono impossibili da mangiare: senza marmellata non sono buone ma d'altra parte cercare di ricoprire ogni frammento è una perdita di tempo. Generalmente mi capita massimo una volta sola, perciò scarto il relitto e proseguo con un secondo tentativo, ma stamane...3 volte di seguito. Incredibile. L'ho detto a mia madre, è colpa delle fette biscottate che compra lei: si ostina a preferire il Mulino Bianco a tutte le altre marche. Non che io abbia una passione per quelle della Wamar - troppo dolci - nè tantomeno per quelle Tesori dell'Arca - troppo insipide - ma delle fette biscottate fragili sono veramente inutili. Forse è perchè mia madre adora le famiglie del Mulino Bianco e nel cuore del suo cuore si augura che un giorno le mattinate a casa nostra saranno come quelle nella pubblicità della Colazione Più - senza Colazione Più, naturalmente, perchè si tratta di porcate ipercaloriche che hanno l'accesso negato alla credenza della nostra cucina. L'amore per la Mulino Bianco di mia madre ha evidenti caratteri di bipolarismo, oscilla tra l'amore e l'odio ma trova il suo equilibrio nei prodotti salutisti come per esempio i Grancereale. Da piccola pensavo che tutti i bambini mangiassero biscotti così cattivi, invece poi ho scoperto che il flagello dell'uva passa colpiva soltanto la famiglia Delfi.
Ad ogni modo, la giornata è cominciata male sia per la storia delle fette biscottate che per il quesito che tuttora non mi lascia del tutto tranquilla. Mentre stavo placidamente inzuppando la quarta fetta - vittoriosa, finalmente - nel caffellatte mi sono posta il problema del regalo per Giorgio. Domani facciamo sei mesi insieme e non ho ancora deciso cosa comprargli. Detesto lasciarmi le cose da fare all'ultimo, ma in una settimana di cogitazione non sono giunta a nessuna conclusione. Ho eliminato un gran numero di ipotesi per ricondurmi alla scelta finale tra due opzioni. La prima: una polo di Ralph Lauren. La seconda: Un libro. Solo che la scelta è davvero difficile. Insomma, entrambe presentano pregi e difetti. La polo gli piacerebbe quasi certamente: ho controllato nel suo armadio sabato scorso ed ho visto che ne possiede 3 (una azzurra, una blu e una bianca coi bordi azzurri). Questo aspetto apparentemente rassicurante rappresenta però anche il difetto della suddetta opzione. Se ne possiede già 3 significa che il regalo potrebbe risultare banalotto o scontato - e non è certo l'immagine di me che voglio trasmettergli. Sotto questo punto di vista col libro andrei sul sicuro: oltre al vocabolario di latino sulle sue mensole ho trovato soltanto 'Le barzellette di Totti' 'Lo scandalo Juve' e il calendario della Canalis - sempre che si possa considerare un libro, cosa di cui dubito, in effetti- . Il problema è che rischia di non piacergli ma ho pensato anche a questo: se mi impegno a fondo posso trovare qualcosa di adatto. Basta andare in una libreria ben fornita e mettersi a scandagliare tutti i reparti. Inoltre un libro è un regalo che denota profonda conoscenza del destinatario e questo di certo fa di me un'ottima fidanzata. Sembra complesso ma in fondo ho ben quattro ore da spendere dopo Diritto Privato, perciò posso permettermi di tentare. Come massimo, alla fine vado da Jack e gli compro la polo.
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Entrare alla Fnac ogni volta mi frastorna. Cè una luce strana qua dentro ed è sempre pieno di gente. Il reparto libri è affossato nella terra, quasi claustrofobico. A pochi metri da me due bambini stanno giocando alla Playstation e disturbano con insistenza la mia concentrazione. Sono 3 ore e mezza che cerco un benedetto libro e mi sto per rassegnare a comprare a Giorgio 'Tre Metri Sopra al Cielo' ed eliminare il problema. Oppure uscire da questo posto infernale e lasciar perdere. L'idea di aver sprecato così un pomeriggio della mia vita però non mi alletta particolarmente quindi decido di abbandonarmi sfinita tra le braccia -beh, figuratamente,insomma- della signorina commessa. Se solo ne trovassi una. Si nasconde, l'infame. Indossa quella ridicola casacchina verde e gialle e si mimetizza in mezzo agli scaffali. Certo che ridurmi a deriderla è veramente il colmo dato che sto per chiederle un consiglio. Che imbarazzo. Dio che vergogna. Abbandono tutto l'orgoglio che mi rimane e mi presento -occhi bassi - di fronte a lei.
- Scusa, sto cercando un libro-
- Ma certo...di che genere?- mi risponde lei affabile, spalancando gli occhi. Mi chiedo come faccia, data la sua frustrante occupazione, a sembrare così entusiasta. Stranamente, le parole mi vengono fuori più sincere di quello che speravo:
- Non lo so, è per il mio fidanzato: domani facciamo sei mesi e vorrei regalargli qualcosa di simbolico, ma non melenso. Qualcosa di bello, ma non difficile, che se no poi non lo legge...-
- Che tipo è il tuo ragazzo?-. Che tipo è Giorgio? Semplice, forse, ma questa definizione evidentemente non costituisce un grande aiuto per la signorina che mi fissa da in mezzo alle sue ciglia foltissime.
- Non saprei, cioè, non so riguardo ai libri: non è che ne legga molti-
A questo punto lei si blocca in un silenzio di tomba e mi ignora clamorosamente. Credo che stia pensando. Non so bene cosa fare quindi rimango ferma e in silenzio anche io.
D'un tratto si riscuote dal suo letargo e sputa fuori ad una velocità che non credevo possibile:
- Ti direi Orlando di Virginia Woolf se fosse la tua migliore amica, ma la maggior parte dei ragazzi è così stupida da catalogare Virginia come una sciocca e lamentosa lesbica e non vorrei che tu scoprissi che il tuo ragazzo rientra in questa odiosa categoria, insomma, non sarebbe un granchè come esamesario, ammesso che si dica così. Poi dipende se vuoi un libro che dica qualcosa di te oppure qualcosa di lui, oppure qualcosa su tutti e due. Se vuoi un'analogia con la vostra storia oppure un'allusione a quello che tu vuoi che sia. Racconto intimista o grande romanzo storico?-
Un po' stordita, non riesco a partorire nulla di meglio:
- Non pensavo che ci fossero così tanti significati sottointesi-
Pessima uscita. Così penserà che sono anche io un tipo alla 'Tre Metri Sopra al Cielo'. Il fatto che per un attimo io abbia contemplato l'ipotesi di comprarlo a Giorgio non significa che lo apprezzi. Insomma, non ho più 15 anni, ho letto il mio buon Dostoevskij anche io. Penserà che sono un'idiota. Dio, che vergogna.
- Urca. Sarebbe come portare delle rose sulla tomba di un defunto al posto dei crisantemi, cosa che mia madre fa regolarmente, ma lei non è del tutto a posto con il cervello...-
Ride sganasciatamente. Mi guardo intorno un po' imbarazzata ma nessuno sembra badare a noi. Strano, lei è una di quelle ragazze che attirano l'attenzione, bassina ma...intensa. Sì, decisamente intensa. E poi eccentrica: ha dei lunghissimi capelli neri raccolti in una lunga treccia, ma la cosa che mi attrae di più e il suo sguardo. Devvero sveglio. Profondo. Con una luce dentro.
- In ogni modo. Questo libro. Lettera sul matrimonio di Mann è decisamente troppo pretenzioso e anche forse di cattivo auspicio, peccato che Anna Karenina finisca male perchè se no sarebbe perfetto: il tradimento per il vero amore è davvero romantico, però dovresti specificare che lui è il conte, non il marito, o potrebbero esserci delle ripercussioni sulla vostra vita di coppia...bocciato. UH! Ti prego amore ritorna, no, troppo melenso...La Paperodissea? Cosa ci fa qui? Aspetta un attimo che lo rimetto a posto, non muoverti!-
Fugge a gambe levate mentre io sempre più imbarazzata la aspetto fissandola imbambolata. è magnetica, davvero strana. Torna illuminata e raggiante.
- Okay, senti, ho trovato. Il Simposio di Platone...può sembrare difficile, ma non lo è: è piacevole alla lettura e parla di Amore. Amore con la A maiuscola capisci? Certo, alle volte è univoco, ma è pur sempre quello che muove le imprese eroiche dei grandi, che provoca le emozioni più forti ed è una via per qualcosa di più alto di noi, insomma, secondo me è simbolico, ma anche provocatorio, è ardore appassionato al nobile sentire, sì, è anche passione. Ti prego prendilo, sento che è decisamente appropriato per te-
- E come puoi dirlo?- sono un po' perplessa. è...audace.
- Non lo so, è un mistero- sorride, mentre mi guarda negli occhi.
- Shakespeare in love-
Comunque, decido di fidarmi.
- Si...ok...-
Un altro cliente la interpella e io decido di sfilare da in mezzo a tutti gli altri classici Il Simposio di Platone. Non sono convinta che possa davvero piacere a Giorgio, ma poco importa. La commessa sembrava convinta. E poi, come massimo, gli compro la polo di Ralph Lauren.
domenica, 21 ottobre 2007
FIAMMA
Signore e Signori ecco a voi l'immagine semovente di una perfetta giornata banale.
Mi sveglio e via Petrarca mi dona il buongiorno, buongiorno anche a te o illustre poeta, invece di menarcela con Laura avresti potuto scrivere qualcosa di meglio, magari ti avrebbero dedicato una via più larga di due metri.
Ancora avvolta nelle lenzuola calde (e un po' grigine...forse dovrei metterle a lavare) avverto lo strepitìo della Cinquecento (vecchia) dell'inquilino del piano di sotto che se ne va imprecando pesantemente: è un impiegato delle poste.
Conto mentalmente 1, 2, 3. Non mi alzo. Ci riprovo. 1, 2, 3. Niente, non funziona, ma la mia gatta previdente, LaReginaD'Inghilterra, miagola in modo straziante dalla cucina, ricordandomi quanto sia difficile la sua vita, priva dei pollici opponibili.
Inciampo nel lenzuolo-involtino, sbatto la coscia sul ferreo bracciolo del divano letto, mugolo, barcollo, ma raggiungo la cucina, lamentandomi a gran voce con LaRegina, che però sembra poco interessata alle mie lagne.
Davanti al caffè si impone il primo bivio della giornata: andare o non andare in facoltà? Storia delle Dottrine politiche con Corradei, si va.
Scendendo le scale del mio palazzo vengo investita da una televendita con Mike Bongiorno, mi chiedo se sia una congiura oppure solo una casualità che in ogni condominio ci sia almeno una vecchietta completamente sorda che guarda le televendite alle otto di mattina. Mezz'ora per arrivare a Palazzo nuovo, mi affaccio su via Madama per conquistare un 18 nella ressa mattutina, il traffico mi esaspera ma lo inganno stordendomi ascoltando Muse a volumi impraticabili. Purtroppo mi accorgo solo alla traccia 6, Exo-Politics, di aver cantato a squarciagola per tutto il tempo, annuisco convinta, dopotutto...come si può ascoltare Starlight senza cantarla? Sarebbe contronatura. Sarebbe una forzatura sì e mi rovinerebbe irrimediabilmente la giornata. Solo cantando si riesce a vivere le canzoni fino in fondo e soprattutto solo cantando Starlight posso scaricare quel patè si emozioni senza senso che ho già accumulato dopo mezz'ora di veglia.
Mattinata tranquilla: mi siedo, prendo appunti, elaboro informazioni, me la prendo con due o tre persone che dormono durante il corso, mi alzo, pranzo.
Mangiare un kebab tenendo un BUR del '53 nella mano sinistra è un'attività che richiede una certa competenza, in effetti, non molti sono in grado di sopperire alla cosa come la sottoscritta, che piuttosto di sporcare la copertina del libro si spiaccicherebbe tutto il kebab su un abito Chanel...per Fedor farei di tutto.
Come mi sarebbe piaciuto conoscere quel gran testa di cazzo, insomma, uno che scriveva libri per pagarsi i debiti di gioco. Me lo vedo, nel cuore della notte, dopo essere stato buttato fuori dall'ennesimo "club" di Pietroburgo, arrancare nella neve, nel tentativo di abbottonarsi il cappottone liso, i ginocchi completamente bagnati ormai, per il precedente procedere a carponi. E bestemmiava sì, in russo. Quanto delle essere sexy una bestemmia in russo? Comunque lui arranca, bestemmia, invoca il nome della moglie-segretaria che batteva i suoi romanzi e poi finalmente si butta su un muretto di mattoni sbertucciato: è il ponte ***! Barcolla da ubriaco e dalla bocca tagliata dal gelo affiorano vapori di sconfitta, le guance scarne sono punteggiate dalla barba ispida di due giorni, mentre la notte è bucata dai suoi occhi infuocati. Sì, credo che avesse gli occhi neri, così neri da non poter distinguere l'iride dalla pupilla e febbricitanti sì: da pazzo. Medita su di sè, sull'acqua, è lungo come volo, una fine non piacevole.
Si sporge e l'acqua scura gli sembra a un momento vicinissima, ad un altro troppo lontana, ha una vertigine e si getta all'indietro, l'istinto di sopravvivenza troppo forte da sconfiggere.
A questo punto solitamente si avvicina una figurina in perfetto costume d'epoca (che sarei io) e dopo aver trascorso alcune Notti Bianche, Fedor si accorge che sono io la donna della sua vita: ciao ciao segretaria.
Penso che l'innamorarmi degli scrittori più spiantati e sregolati della letteratura mondiale sia la mia più grande stranezza.
Mi pulisco l'angolo della bocca sporco di salsina-kebab con una manica e metto in borsa l'amato Sosia, per dirigermi solinga al mio ordinario e sottopagato posto di lavoro. Dalle 14.30 alle 18.30 oggi mi trasformo in FiammaPossoEsserleUtile in quel verdognolo bunker che è la FNAC.
Per carità, capisco quanto sia comodo trovare il telefonino che prepara i toast vicino all'opera omnia di Emily Dickinson, ma dove è finita la poesia della scelta del libro?
Insomma, si tratta di un affare complicato, intenso, intimo anche. La scelta di un libro. Il motivo per cui tra tanti dorsi, estrai proprio Lui dallo scaffale e il brivido che provi passando la mano sopra la copertina è decisivo. Senti la fibra della carta, la flessibilità dell'intelaiatura, l'odore delle pagine e poi si può parlare di leggere il contenuto.
Si tratta di innamoramento, non c'è altra spiegazione o descrizione del fenomeno, è come quando vedi un ragazzo carino per la strada: prima lo valuti per la sua esteriorità e poi lo inviti a prendere un caffè.
Infagottata nel mio giubbottino verde e giallo tento di formare il maggior numero di coppie libro-lettore.
Nel bel mezzo della mia opera apostolica ecco spuntarmi davanti una ragazza. Vent'anni circa, forse meno, probabilmente appena iscritta all'Università, camicetta azzurrina e maglioncino di cachemire, jeans attillati ma non troppo, ballerine. Alta (di sicuro più di me), filiforme, viso acqua e sapone.
Ad una prima occhiata il tipo più banale della Terra, ma qualcosa mi suggerisce di osservare meglio.
E' bionda, ma quel biondo alla Yvaine di Stardust (Neil Gaiman), raggiante. Sembrava effettivamente che da lei emanasse un bagliore che per un attimo illuminava la semi penombra del piano interrato della FNAC. Bionda con gli occhi scuri e le ciglia folte, scure anche loro. Non molto lunghe, ma folte.
La fisso per qualche secondo credo, persa nel cioccolato del suo sguardo, mi sembra di essere finita in un'immensa tazza di cioccolata fumante.
- Scusa, sto cercando un libro-
- Ma certo...di che genere?-
- Non lo so, è per il mio fidanzato: domani facciamo sei mesi e vorrei regalargli qualcosa di simbolico, ma non melenso. Qualcosa di bello, ma non difficile, che se no poi non lo legge...-
- Che tipo è il tuo ragazzo?- le chiedo facendo mente locale
- Non saprei, cioè, non so riguardo ai libri: non è che ne legga molti-
Annuisco pensosa e rimango instupidita a fissare il vuoto cercando di trovare qualcosa di simbolico e semplice, ricerca ulteriormente complicata dal fattore fidanzamento, perchè sono tutti bravi a trovare libri da regalare a persone del proprio sesso.
- Ti direi Orlando di Virginia Woolf se fosse la tua migliore amica, ma la maggior parte dei ragazzi è così stupida da catalogare Virginia come una sciocca e lamentosa lesbica e non vorrei che tu scoprissi che il tuo ragazzo rientra in questa odiosa categoria, insomma, non sarebbe un granchè come esamesario, ammesso che si dica così. Poi dipende se vuoi un libro che dica qualcosa di te oppure qualcosa di lui, oppure qualcosa su tutti e due. Se vuoi un'analogia con la vostra storia oppure un'allusione a quello che tu vuoi che sia. Racconto intimista o grande romanzo storico?-
La ragazza mi guarda un attimo interdetta dal mio fiume di parole
- Non pensavo che ci fossero così tanti significati sottointesi-
- Urca. Sarebbe come portare delle rose sulla tomba di un defunto al posto dei crisantemi, cosa che mia madre fa regolarmente, ma lei non è del tutto a posto con il cervello...- rido in modo troppo rumoroso, forse. Comunque lei sembra pensarlo perchè mi sorride imbarazzata e sbircia in giro, controllando che nessuno ci guardi con disapprovazione.
- In ogni modo. Questo libro. Lettera sul matrimonio di Mann è decisamente troppo pretenzioso e anche forse di cattivo auspicio, peccato che Anna Karenina finisca male perchè se no sarebbe perfetto: il tradimento per il vero amore è davvero romantico, però dovresti specificare che lui è il conte, non il marito, o potrebbero esserci delle ripercussioni sulla vostra vita di coppia...bocciato. UH! Ti prego amore ritorna, no, troppo melenso...La Paperodissea? Cosa ci fa qui? Aspetta un attimo che lo rimetto a posto, non muoverti!- mi allonano verso la sezione fumetti, ma la tengo d'occhio per controllare che non scappi. Allo stesso tempo sono preoccupata, non mi è mai successo di metterci così tanto per consigliare un libro.
Quando mi chino per posare la Paperodissea meraviglia! L'illuminazione, corro indietro, stringendo ancora le nobili avventure dei paperi.
- Okay, senti, ho trovato. Il Simposio di Platone...può sembrare difficile, ma non lo è: è piacevole alla lettura e parla di Amore. Amore con la A maiuscola capisci? Certo, alle volte è univoco, ma è pur sempre quello che muove le imprese eroiche dei grandi, che provoca le emozioni più forti ed è una via per qualcosa di più alto di noi, insomma, secondo me è simbolico, ma anche provocatorio, è ardore appassionato al nobile sentire, sì, è anche passione. Ti prego prendilo, sento che è decisamente appropriato per te-
- E come puoi dirlo?- chiede lei, adesso molto imbarazzata
- Non lo so, è un mistero- sorrido
- Shakespeare in love- aggiungo
- Si...ok...- fa lei, ancora un po' indecisa, ma la vedo raggiungere lo scaffale giusto e mi rivolgo ad un altro cliente.
LaRegina ed io mangiamo verso le otto e mezza, serata tranquilla e allo scoccare della mezzanotte mi infilo nel mio divano letto con le molle rotte, dopo aver letto l'ultima frase di Fedor, mi contorco stropicciandomi gli occhi. D'un tratto ripenso alla mia Yvaine personale. Quando ha portato via la sua luce dal mio seminterrato, con quel Platone tra le braccia, chissà a cosa pensava.
Mia madre dice sempre un penny per i tuoi pensieri, mi sarebbe piaciuto avere un penny in cambio dei suoi pensieri. Così distaccata, così legata, così impostata, così impaurita da un esamesario. Ho paura per lei, sono preoccupata. E incuriosita. Spero di rivedere quel suo incedere a dieci centimetri dal suolo, scivolava, più che camminare.
Una buona ragione per trasformare una giornata banale in una giornata quasi importante.